Vecchio schedario

Se tra le linee guida dell’Agenda Digitale Italiana vi è l’interoperabilità delle banche dati della Pubblica Amministrazione (volta a semplificare il recupero delle informazioni), il recente calcolo dell’IMU 2013 ha dimostrato quanto questo obiettivo sia ben lungi dall’essere raggiunto.

Tralasciando il fatto che la politica ha deciso all’ultimo minuto se si sarebbe pagata l’imposta e in che misura, lo Stato ha pensato bene di lasciare al cittadino l’onere di recuperare i dati necessari a calcolare l’importo della tassa e a redigere il modulo F24 per il pagamento. E quindi code di cittadini ai CAF per calcolare importi e sbrigare la pratica.
Certo, se il cittadino fosse un po’ più competente nell’uso di Internet, avrebbe potuto fruire dei servizi on line che la PA mette a disposizione. Già, come no?!

Vecchio schedarioQui comincia il viaggio nell’Italia “digitale”. Ricordo che l’IMU (che è un imposta comunale) si pagava solo nei comuni la cui aliquota eccedeva il 0,4% base fissato dallo Stato. Quindi, prima cosa da fare: capire che aliquota applica il comune di residenza. Per farlo, ogni comune aveva l’obbligo di pubblicare la delibera con l’aliquota applicata sul proprio sito web. In mancanza di tale informazione, l’aliquota sarebbe stata quella del 2012.

Trovata la delibera, occorre calcolare la rendita catastale e il conseguente importo da pagare: i siti web dei comuni di solito non offrono un servizio simile e rimandano al sito dell’Agenzia del Territorio (i cui contenuti ora sono nel sito dell’Agenzia delle Entrate). Qui, inserendo i dati catastali “Sezione”, “Foglio”, “Particella” e “Subalterno” (tutti dati recuperabili, per esempio, dall’Atto Notarile di compravendita – sempre che da allora non sia cambiato qualcosa) era possibile calcolare la rendita del vostro immobile. O almeno una parte di essa, perchè se avevate un fabbricato annesso (un garage, ad esempio), dovevate reimmettere i dati specificando la categoria dell’immobile ed aggiungere questo secondo importo al precedente.
Immesse le rendite catastali, specificata la percentuale di possesso dell’immobile, aggiunti i dati relativi ai figli a carico si poteva ottenere un modulo F24 precompilato. Nulla di più semplice e immediato!

A molti sarà capitato di ottenere importi di pochi euro. Stando a quanto riportato dagli organi di informazione, esisteva una franchigia per la quale gli importi inferiori ai 12€ non dovevano essere pagati. Vero, ma non ovunque. A San Donà di Piave, comune nel quale risiedo, anche un solo euro doveva essere versato all’ente, ma dubito che tutti lo sapessero. Io l’ho saputo da un amico e ho chiesto conferma al Comune. Ma se la gente si fosse limitata alle informazioni che rimbalzavano sui media (come stavo per fare io)? Fino a che punto un mancato pagamento è colpa del cittadino?

Torniamo al principio dell’interoperabilità delle banche dati, obiettivo dell’Agenda Digitale: se la Pubblica Amministrazione, anzi le Pubbliche Amministrazioni nazionali e territoriali, incrociassero i dati di cui già dispongono (dati dell’individuo, carichi familiari, immobili posseduti, loro rendite catastali), ogni cittadino potrebbe vedersi recapitare un bollettino precompilato con gli importi dovuti, invece di perdere molto tempo in calcoli astrusi col rischio di commettere errori o di spendere soldi per rivolgersi a persone più competenti.
Al cittadino, a quel punto, potrebbe rimanere l’unico onere di tenere aggiornati i dati del proprio profilo.

Purtroppo, è evidente che i dati a disposizione delle PA non siano interoperanti e i database di comuni, province, regioni, Agenzia delle Entrate, Agenzia del Territorio (e chi più ne ha più ne metta) non incrocino le informazioni in loro possesso. Automatizzare questo sistema potrebbe essere un investimento capace di far risparmiare a privati e aziende inutili sprechi di tempo e di denaro.

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