Bufala

Troppo spesso il web ed i social network diventano il veicolo per la diffusione di informazioni false al punto da minare la credibilità degli stessi media che, inevitabilmente, cercano di correre ai ripari.

Le recenti prese di posizione di Google e Facebook contro le “bufale” che trovano nel web un alleato potentissimo, dimostrano quanto questo uso distorto di Internet comporti, oltre ad un disservizio per chi cerca informazioni verificate, anche un danno per gli stessi Social Media che, inevitabilmente, perdono credibilità (e alla lunga potrebbero perdere utenti).

Un fenomeno che può arrivare, ad esempio, a condizionare una piccola percentuale dell’elettorato, come denunciato in occasione della corsa alla Casa Bianca (ed è questo il motivo per il quale si è reso urgente questo intervento) e, nei casi ancor più gravi, sfociare in episodi di violenza: vedi il recente caso di cronaca legato al “Pizzagate”.
Per ora Google e Facebook (che minimizza l’impatto di questi “fake post”) hanno deciso di impedire la pubblicazione di banner pubblicitari sui siti web che diffondono in modo sistematico notizie false ma “ghiotte” al solo scopo di attrarre un maggior numero di visitatori.
In questo modo, quegli stessi siti web dovrebbero vedersi limitare considerevolmente gli introiti derivanti dal Pay Per Click sulle loro pagine.

Google e Facebook: asset diversi

Difficile dire quali altre iniziative potranno intraprendere Facebook e Big G ma, di sicuro, nel caso di Google, la qualità (e la credibilità) dei contenuti costituisce da sempre una caratteristica premiante per l’autorevolezza e, quindi, la visibilità dei siti web.

Dal canto suo Facebook, oltre a ricalibrare i propri algoritmi, dovrà fare i conti col proprio asset principale: gli utenti, spesso più inclini a condividere bufale che notizie reali. Le prime, infatti, sono generalmente più accattivanti, interessanti, e suscitano sentimenti di rabbia o sdegno spingendo la persona a prendere posizione e a schierarsi in favore di una causa, giusta o sbagliata che sia.

E così, fruttando il sentimento popolare, schieramenti politici o altre organizzazioni che mirano a trovare una loro legittimazione sono spesso i primi autori di campagne di disinformazione che abusano della credulità degli utenti. Quest’ultimi, attraverso la condivisione della notizia “shock”, credono di rendere un servizio alla società ma finiscono con l’alimentare sentimenti, spesso negativi, basati sul nulla.

L’ignoranza e la fretta sono l’humus che alimenta questi messaggi

Le bufale che attecchiscono maggiormente sono, ovviamente, quelle vestite da notizie credibili o che giungono a conclusioni condivisibili partendo da premesse falsate.
L’utente (che spesso dedica agli articoli lo spazio di uno sbadiglio) non ha il tempo né la volontà di criticare i post nei quali si imbatte, men che meno verificarne le fonti, finendo così per fare il gioco di chi quelle notizie ha prodotto. Se poi i post stimolano un sentimento già presente, toccando un nervo scoperto della persona, l’utente diventa un felice ripetitore delle bufale altrui.
Occorre anche considerare che gli utenti non sono tuttologi (qualcuno è particolarmente lontano dall’esserlo), così l’ignoranza, unita alla scarsa propensione all’approfondimento, diventa una leva sulla quale agisce chi produce disinformazione.

Battere la disinformazione e non rendersi corresponsabili della diffusione di notizie false dovrebbe essere un obiettivo condiviso da tutti, anche per il solo fatto di non voler fare la figura degli asini. Per verificare una notizia prima di condividerla è spesso sufficiente cercarla in altri siti web: se è una bufala, forse qualcuno lo avrà già segnalato. Se non si trovano riferimenti, allora si possono criticare le premesse e verificare i fatti su cui essa si fonda.
Alla fine potrebbe anche trattarsi di una notizia vera.

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